Negli ultimi anni, la vitamina D ha goduto di un’enorme popolarità. C’è chi la presenta come una sorta di “pillola magica”, capace di migliorare tutto: dalla salute del cuore alla longevità. Ma le cose stanno davvero così?

Un recente aggiornamento da parte di una delle più autorevoli società scientifiche internazionali ha completamente ribaltato quanto pensavamo di sapere. Scopriamo insieme cosa è cambiato, cosa dice la ricerca più recente e per chi la supplementazione con vitamina D può davvero fare la differenza.

Una breve storia della vitamina D

La vitamina D è stata scoperta all’inizio del ‘900, durante gli studi su una malattia infantile chiamata rachitismo. Si è scoperto che questa vitamina è fondamentale per la salute delle ossa. Con il tempo, però, la ricerca ha mostrato che la vitamina D ha un ruolo anche nel sistema immunitario, nella funzione muscolare, nella crescita cellulare e nella regolazione della glicemia.

Praticamente quasi tutti i tessuti del corpo rispondono alla vitamina D, motivo per cui è iniziato un forte interesse nel legame tra i suoi livelli e numerose patologie, anche gravi: cancro, malattie autoimmuni, diabete, disturbi cardiovascolari e depressione.

Un’epidemia moderna?

Uno studio del 2006 mostrava che oltre un terzo dei giovani adulti sani aveva livelli insufficienti di vitamina D, e questa percentuale saliva fino al 57% tra chi cercava assistenza medica. Oggi si stima che circa il 40% degli europei sia carente.

Perché questa carenza? La spiegazione è semplice: la vitamina D si produce principalmente tramite l’esposizione al sole, ma passiamo la maggior parte del nostro tempo al chiuso. Ecco perché alcuni esperti hanno parlato addirittura di una “pandemia di carenza di vitamina D”.

Le linee guida (vecchie e nuove)

Nel 2011, l’Endocrine Society (Società Endocrina) aveva pubblicato delle linee guida ben precise:

  • Livelli ottimali nel sangue: sotto i 20 ng/ml si parla di carenza, sotto i 30 ng/ml di insufficienza.

  • Supplementazione consigliata: almeno 600 UI al giorno fino a 50 anni, 800 UI dopo i 70 anni, con un possibile aumento fino a 2.000 UI al giorno per raggiungere i livelli ideali.

  • Screening consigliato: per le persone considerate a rischio.

Secondo queste raccomandazioni, quasi tutta la popolazione risultava “a rischio”, compresi bambini, adulti giovani e anziani. Il risultato? Un’esplosione nell’uso di integratori: negli USA si è passati dal 5% al 19% tra il 1999 e il 2012.

Ma la correlazione non è causazione

Molti studi iniziali erano osservazionali, cioè si limitavano a osservare delle correlazioni. Ma una correlazione non significa che una cosa causi l’altra.

Per esempio: molte persone anziane con bassi livelli di vitamina D sono anche quelle che escono poco, quindi vivono condizioni di salute peggiori. Ma non è detto che sia la carenza di vitamina D a causare il problema: potrebbe semplicemente accompagnarlo.

Per fare chiarezza, servono studi controllati. E negli ultimi anni, questi studi sono arrivati.

Cosa dicono gli studi più recenti?

  • Salute cardiovascolare: lo studio VITAL su oltre 25.000 adulti non ha trovato alcun beneficio della vitamina D sul rischio di infarto.

  • Cancro: un altro studio su 20.000 adulti ha trovato che l’integrazione non riduceva l’incidenza di tumori.

  • Depressione: una meta-analisi ha mostrato benefici solo in persone con depressione clinica diagnosticata, ma non nella popolazione generale.

  • Mortalità generale: una revisione del 2020 ha concluso che la vitamina D non riduce il rischio di morte per tutte le cause nella popolazione generale.

Ma allora serve o no?

Sì, per alcune categorie specifiche, l’integrazione può essere molto utile. Le nuove linee guida dell’Endocrine Society identificano quattro gruppi per cui la vitamina D è realmente importante:

  1. Bambini: per prevenire il rachitismo e le infezioni respiratorie. Dosi consigliate: 1.500 UI/die.

  2. Donne in gravidanza: riduce il rischio di preeclampsia e parto prematuro. Dose: circa 3.000 UI/die.

  3. Persone con pre-diabete: può aiutare a prevenire la progressione verso il diabete tipo 2.

  4. Over 75: con l’età la produzione cutanea e la conversione della vitamina D diminuiscono. Supplementare può aiutare muscoli e ossa.

Troppa vitamina D fa male?

Assolutamente sì. Studi recenti mostrano che dosi elevate possono essere dannose, soprattutto per:

  • Densità ossea: dosi da 4.000 o 10.000 UI al giorno per tre anni hanno ridotto la densità ossea nei polsi.

  • Forza muscolare: in donne anziane, dosi elevate hanno ridotto la forza delle mani e delle gambe.

  • Cadute: l’uso di alte dosi aumenta il rischio di cadute, soprattutto in persone con precedenti episodi.

Qual è la dose giusta?

Le nuove linee guida raccomandano:

  • 600 UI al giorno fino a 50 anni

  • 800 UI al giorno dopo i 50 anni

Rispetto alle vecchie raccomandazioni, si tratta di un dosaggio inferiore, frutto di 13 anni di nuovi studi clinici.

Conclusione

La vitamina D resta una vitamina fondamentale, ma non è la panacea universale che ci era stata promessa. Gli integratori non servono a tutti, e soprattutto non servono in dosi massicce. Per la maggior parte della popolazione sana, una dose tra 600 e 800 UI al giorno è sufficiente per coprire il fabbisogno e prevenire eventuali carenze.

Fonti


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